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Walter Albini. Creatività e destino

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Comincia oggi una rubrica mensile dedicata ai geni della moda italiana che non sono ancora entrati nei libri di storia. Paola Maddaluno, storica della moda del Novecento, ci aiuta a scoprire una parte del nostro passato che abbiamo colpevolmente dimenticato.Today we’re introducing a monthly section dedicated to the geniuses of Italian fashion who are not recognised in history books yet. 20th-century fashion historian Paola Maddaluno leads us in the discovery of a chapter of our guiltily forgotten past.

Siamo negli anni Settanta.
Milano accoglie alcune tra le più prestigiose iniziative promozionali della moda femminile di lusso: Modit per le case di prêt-à-porter e Milano Collezioni. Due eventi che tracciano i primi segni dello stilismo italiano. Siamo in un nuovo “tempio” della moda scandito non solo dalla serialità e dall’organizzazione produttiva ma soprattutto da una minuziosa esaltazione del concetto di qualità.
Antesignano di questa nuova era è Walter Albini. Albini è tra i primi “centauri”, un po’ mercante e un po’ poeta. Accompagnato dallo slogan “goditi l’oggi e lascia lo spiacevole a domani”, propone una moda non più dedicata solo a coloro che se ne servono in chiave esclusiva e singolare, ma intesa come un linguaggio che mette insieme arte e mercato, cultura e ricchezza. Sul numero di dicembre del 1978 di “Vogue Italia” egli afferma: “Per me ogni vestito ha una storia: d’amore, di rabbia, di violenza. Ogni vestito è un momento, una persona, un posto e ogni vestito ha il suo ruolo, come in teatro. Per cambiare vestito bisogna cambiare attitudine e spirito, e entrare in una nuova ‘parte’. Ogni volta, ogni stagione, ogni collezione”.
Definito dalla rivista “Women’s Wear Daily” il nuovo astro italiano, Albini dedica le sue prime collezioni, Anagrafe (70’) e Preraffaellita (71), alla ricerca di tagli sartoriali rigorosi e leggeri che richiamano le figure degli anni Trenta. Sperimenta intrecci eterogenei di trame e ordito, ottenendo accostamenti bizzarri e di gran gusto. Collabora in maniera parallela con molte aziende. Con il marchio Misterfox, costituito con la Papini, inventa la formula “uni-max”, ovvero uniformità di taglio e colore per uomo e donna. Con Diamant’s, progetta il capo che diventerà il suo segno privilegiato: la giacca camicia. Stipula un contratto con la prima società di distribuzione del prêt-à-porter Effetiemme, gestita da Aldo Ferrante, Franco Tossitti e Gigi Monti, a capo del gruppo che raccoglie i marchi Basile, Callaghan ed Escargots. Per Callaghan, Albini maneggia il jersey. Per Basile, disegna capospalla. Per Escargots, crea giochi divertenti con la maglieria. Un “centauro” che conserva la specificità del suo stile, pur misurandosi con aziende diverse. Plasma la sua creatività senza alterare i principi basilari del suo linguaggio: l’armonia materica, la riduzione delle forme, la sintesi di una espressione hippie, antiestablishment, etnica mescolata con il sofisticato casual urbano. Albini pone le sue radici in valori come: particolarità, coerenza e capacità di rinnovare. Ha provato a superare sfide e pregiudizi, barriere e confini.
Ma si è arreso davanti al suo tempo, alla morte che per lui è arrivata troppo presto. Come osserva Maria Luisa Frisa: “Molti ricordano Albini e lo citano esplicitamente, ma c’è un modo ancora più importante per vedere celebrata l’opera di un autore: è quando le risonanze del suo lavoro attraversano un’epoca intera (…). Questo è il riconoscimento più grande, un omaggio continuo e silenzioso che Walter Albini non ha goduto mentre era ancora in vita, ma che oggi siamo in grado di riconoscere perfettamente. Oggi più che mai, proprio quel fashion system che a lui deve così tanto è entrato definitivamente in crisi. Ma (…) il suo lavoro ha lasciato un’impronta decisiva sulla moda contemporanea”. Albini, autore e regista della moda contemporanea italiana.

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