Perché hai scelto la fotografia come mezzo di espressione?
Cheryl Dunn: Le fotografie e i videoclip sono stati una parte importante della mia infanzia. Registrazione che mi hanno permesso di ricordare. Rivivo con estrema precisione gli eventi e le situazioni di molti anni fa propro grazie a queste registrazioni ed ho sempre pensato che queste esperienze visive siano davvero importantissime per noi, perchè diventano la nostra storia e fermano un attimo di tempo su cui riflettere. Inoltre non posso smettere di catturare le immagini. Se perdo una scena che mi colpisce forte, divento matto.
Alessandro “Zuek” Simonetti: La fotografia è il mezzo che più soddisfa la mia impazienza, il modo in cui mi voglio esprimere, ciò che riesci a ottenere con una fotografia in un millesimo di secondo può avere la stessa forza di un quadro o di una scultura. Sono entrato in contatto con la fotografia in maniera molto istintiva, non è stata una cosa che ho iniziato a fare dopo l’Accademia di Belle Arti, ho cominciato a scattare a sedici anni, immortalavo i miei graffiti, i miei amici skaters di Bassano, piuttosto che i concerti punk e hard core; in più in casa giravano spesso fotografi, già quand’ero piccolo maneggiavo le macchine fotografiche, è stata una conseguenza naturale.
Che cosa è per te New York City?
Cheryl Dunn: New York è come un grande luogo magico. Penso che sia la città del mondo. Non necessariamente americano. È il luogo in cui transitano tutti gli artisti di tutti i tipi. È un luogo da sogno dove la gente è arrivata per decenni e per secoli per cercare una vita migliore. Ed è anche dove i miei antenati, partiti dall’Italia, sono giusti a gercare fortuna. Quando ero un ragazzino e vivevo nel New Jersey, New York era in fallimento. Un luogo molto pericoloso ed eccitante allo stesso tempo. Quando ci entri il tuo cuore batte a mille e l’adrenalina esplode. Oggi è tutto diverso. Tutto cambia costanetmente, ciò che è importante una settimana, la successiva non lo è più. Ecco perché mi trovo costretto a registrare la vita.
Alessandro “Zuek” Simonetti: Ci sono capitato per caso. Quando sono andato lì per i primi tre mesi non avevo pianificato che sarei rimasto cinque anni. All’inizio rappresentava una sorta di viaggio alla Mecca, tutto ciò che guardavo, quando ero in Italia, a livello culturale, musicale, artistico, faceva parte della cultura degli anni ’80 e ’90 americana: i concerti punk hard core, i graffiti, un certo tipo di atmosfere si sono sviluppate nella città di New York. Gli input che mi ha dato la città sono innumerevoli, anche se, sulla lunga distanza, mi ha creato mille problematiche a livello interpersonale. La gestione della vita è difficile, c’è un riciclo di persone molto veloce, è difficile costruire dei rapporti consolidati, che possono vivere a lungo. Ho considerato New York come un posto dove avrei potuto vivere per sempre, ma in quest’ultimo anno e mezzo ho rivalutato le mie posizioni e non escludo che la Grande Mela possa essere per me solo un luogo di passaggio.
Che cos’è per te l’Italia?
Cheryl Dunn: L’Italia è le mie radici, una parte di me. Sono molto orgoglioso di essere di origine italiana. Sento dentro di me la forza di mia nonna, emigrata a New York quando aveva 14 anni e approdata su Ellis Island. Ha vissuto a New York senza i suoi genitori e ha fatto dei lavori durissimi per inviare denaro in Italia. Era molto indipendente e forte, e mi piace pensare che il suo spirito viva dentro di me. Quando avevo 24 anni ho vissuto a Milano per 2 anni, sono entrato in questa città e ne ho subito studiato l’arte alle pareti, ho assorbito la sua storia e la vita tremendamente solitaria di questo luogo. Sono cresciuto molto stando qui. Quindi, ritornarci per una mia Esposizione personale mi dà molto orgoglio.
Alessandro “Zuek” Simonetti: Stando all’estero ci sono molti aspetti che sto rivalutando dell’Italia anche se, adesso come adesso, non so se tornerei a lavorare o comunque a produrre in Italia. La qualità di vita a livello di tempi e rapporti umani è migliore rispetto a quella americana, e poi c’è anche l’aspetto culturale: mi sento a mio agio a New York, però mi scontro con una cultura differente dalla mia, con una mentalità differente; quando sono in Italia apprezzo sempre di più anche le cose più piccole. Se sono a Bassano, poi, vado sempre in montagna, mentre prima non ci andavo mai. Mi fa sentire visivamente rilassato rispetto a New York, che al contrario staca i miei occhi.
“UnkanNY” che cosa pensi quando leggi questa parola?
Cheryl Dunn: UnkanNY è stata una sorta di scoperta, che ha unito il lavoro di Alessandro al mio. Quando eravamo intenti a scegliere il lavoro e la maniera in cui lo avremmo presentato, ci siamo resi conto che avevamo immaginato entrambi una cosa molto simile: il restro di una vettura, la sua con un teschio nel lunotto posteriore e la mia con teschi dipinti sul tetto. Queste immagini sono state scattate a 30 anni di distanza l’una dall’altra nel raggio di 3 strade. L’idea di avere un’esperienza simile, nelle stesse strade e in momenti così diversi, ti fa pensare alla storia umana, ai milioni di persone che hanno camminato milioni di strade, a quelli che sono vissuti e a quelli già morti, a tutti gli spiriti che ancora ci informano e ci stimolano ad percorrere certe strade piuttosto che altre. Mi piace pensarla così.
Alessandro “Zuek” Simonetti: Mi fa pensare al significato della parola stessa e mi rimanda al concetto di deja-vu, che poi è il concetto dal quale sono partito per trovare questo nome per la mostra. Quando sono arrivato negli Stati Uniti, per il primo anno ho avuto la sensazione di vivere in un continuo deja-vu. Siamo cresciuti con i film e i telefilm americani, è una sensazione famigliare, quasi straniante. Ti chiedi: “come mai mi sembra di conoscere già queste immagini?”. Quando sei lì ti sembra di vivere in un film ed è proprio da questo che sono partito per “Uncanny”. M’intrigava anche che, a livello tipografico, la parola finisse con NY, in modo del tutto casuale. Cheryl, nonostante sia di una generazione precedente alla mia, ha un modo di esprimersi molto vicino alla mia sensibilità. Negli anni ’80 il suo approccio rispetto a certi tipi di soggetti è stato lo stesso che ho adottato io 20 anni dopo, anche se le mie basi si sono formate a Bassano che, per quanto sensibile possa essere, rimane sempre una cittadina del Nord-Est Italia.
Stai lavorando a un film sul tuo amico Dash Snow, ce ne parleresti?
Cheryl Dunn: Lo avevo registrato molte volte nel corso degli anni. Era uno di quei ragazzi di New York che brillava di luce propria. Un’anima super-speciale. Correva verso di me e mostrarmi il suo malloppo di polaroid come un bambino eccitato, era un prodotto di quella città e di tutti i suoi estremi ed eccessi. Voglio dire, ha scritto “Fuck Giuliani” a caratteri cubitali sul ponte di Brooklyn. La sua vita è stata veloce e pazza, priva di filtri, e senza alcuna riserva verso le sue folli compulsioni. La sua luce era troppo brillante per questo mondo. A New York nessuno si ferma per nessuno, nulla, tranne quando qualcuno va via. Questo era un giorno in gli amici hanno smesso di fare quello che stavano facendo, hanno trascorso la giornata gli uni vicino agli altri e condiviso l’amore che provavano per lui. Un giorno in cui tutti hanno abbandonato tutte le stronzate di New York si sono aperti come bambini, senza paura di piangere o di sembrare esteriormente emotivi. Abbiamo tutti condiviso storie di lui, il suo spirito era così forte intorno a noi. Ricordo solo di aver scosso forte la testa quando mi hanno detto che se ne era andato. Come se potessi portare lontano quella realtà. Quella sensazione è stata super intensa. Ma col tempo questo sentimento è svanito. Così ho deciso di fare un film composto di video interviste che ho rivolto ad amici e ad artisti che si sono ispirati a lui. Un film che possa essere quanto più vicino a lui, che conservi il suo spirito nel senso più vero possibile. E credo che questo sia molto importante.
dd/mm/yyyy è uno dei tuoi ultimi progetti, ce lo descrivi?
Alessandro “Zuek” Simonetti: È un progetto prevalentemente a colori, scattato tra il 2010 e il 2011, e non pianificato, che mi piace ricondurre a un’attitudine quasi da foto con il cellulare. Mi piace scattare in maniera disimpegnata, creando una mappa quasi giornaliera, catalogata di ora in ora, utilizzando delle macchine compatte in cui la data viene impressa direttamente sulla pellicola, e proponendo così foto che diventano pezzi di fine-art, “stuprati” da questa data che rimane incisa nel negativo, e a tratti risulta disturbante. Grazie a un mezzo differente dalla reflex, che uso solitamente per i progetti in bianco e nero, anche il mio modo di comporre le immagini risulta modificato e dà vita a immagini nuove e sempre inaspettate.
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