Antonio Moscogiuri Dinoi, photo courtesy by Sam Cosmai
Meccanici, studenti, minorenni e teppisti: sono questi i soggetti degli scatti datati anni ’70 del fotografo-amatore Sam Cosmai. Umanità e verità che traspaiono attraverso sorrisi, sguardi d’intesa e pose ammiccanti. Un viaggio là dove lo spirito narcisista dell’adolescente belloccio si fonde con la tracotanza del bullo di quartiere. Siamo a Milano, in una zona di periferia -la Barona-, Sam si è trasferito lì con tutta la sua famiglia. Tredici figli, ognuno dei quali a suo modo contribuisce al benessere degli altri.
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Com’è nata l’idea di fotografare questi ragazzi? Hai sempre amato la fotografia? Da piccolo sognavi di diventare un grande fotografo?
Per me era un modo per comunicare con qualcuno. Ho iniziato come tutte le persone che volevano fare delle foto, delle foto ricordo, fotografavo di tutto. Poi ho cominciato a sentire l’esigenza di produrre qualcosa di più bello da vedere e, perché no?, anche da condividere. Così quando ho capito che cosa mi piaceva nella vita, ho iniziato a fotografare i ragazzi di strada, gente comune, i miei amici, i cassieri del supermercato, ma non per ottenere da loro qualcosa in cambio, solo per passione. All’inizio ero io che cercavo loro, dopo invece le parti si sono invertite, un sacco di ragazzi mi cercavano per farsi fotografare, e a me tutto ciò dava tanta soddisfazione. Le foto che producevo le ammiravo compiaciuto e le più belle le raccoglievo in degli album che conservo ancora oggi con molta cura. Spesso, i ragazzi ritratti mi chiedevano delle copie, che puntualmente mostravano poi alle rispettive fidanzate. Alle volte mi ci facevano anche litigare.
Che infanzia ha trascorso Sam Cosmai?
Sono nato in Sardegna, poi con i miei genitori, a 5 anni, mi sono trasferito in Brianza. Abbiamo cambiato tante volte casa, girato tutta la Lombardia, e alla fine ci siamo stabiliti in questo quartiere, son qui da più di trent’anni, i miei sono morti e io ho preso la casa in cui vivo oggi. Tutti i ragazzi che ci sono nei miei scatti vivono qui, adesso mi capita di rincontrarli, di fare quattro chiacchiere con loro, a volte mi fermano perché vogliono che fotografi anche i loro figli. Buffo no?
Ma quei genitori che sanno che tra te e loro c’è stato qualcosa, come mai ti propongono anche i loro figli?
Beh, non con tutti c’è stato qualcosa, certo sono storie un po’ particolari. Questi ragazzi vivono in periferia, sono l’emblema del machismo, ma sovente il loro essere machi ripiega su uno spirito narcisista ed esibizionista che consente anche “eccezioni” di natura sessuale. Lo si fa, basta che non se ne parli; a volte lo raccontavano alle loro ragazze oppure tra amici per scherzare, ma nessuno lo diceva apertamente, chi lo faceva era perché comunque si sapeva difendere molto bene dagli altri. Poteva anche rimanere un segreto, non era necessario che lo sapessero tutti, un patto fra me e loro, che ancora oggi, a distanzia di trent’anni si percepisce dagli sguardi complici che mi rivolgevano attraverso l’obbiettivo. C’è da dire infatti che una volta che c’era stato qualcosa fra di noi l’intesa fotografica era decisamente migliore! Con molti di loro non c’è stato nulla, altri erano molto eccitati all’idea di questo gioco (per loro) molto trasgressivo, con qualcuno ho iniziato una storia, e con atri ho avuto un contatto dopo che ci conoscevamo da dieci anni; ma, ripeto, con la maggior parte dei ragazzi che ho fotografato non è accaduto niente di niente, foto e tante tante risate e bevute, come un gioco fra amici, ragazzate.
Erano loro che venivano da te o tu da loro, all’inizio come ti ci relazionavi?
Prima frequentavo questi ragazzi, perché il più delle volte erano nella mia compagnia; sceglievo il più belloccio e lo fotografavo, e poi da lì scattava il passaparola: lui chiamava l’amico, e poi l’amico dell’amico e così via. Tutti quelli che vedevano le foto avevano voglia di soddisfare il proprio bisogno di estetica. E poi bulli com’erano a loro piaceva un sacco lasciarsi ammirare da un altro uomo!
Cos’è per te il voyeurismo? Tu fotografi i volti delle persone, però attraverso la tua fotografia le scopri, riveli lati di loro che non avrebbero mostrato in pubblico; gente di strada che si mette i tacchi oppure mise particolarissime, tipo le giacche in pelle con le frange di ispirazione chiaramente omosessuale. A te rivelavano la loro parte segreta. Chi se lo immagina uno spacciatore oleato e steso sul divano che ammicca all’obbiettivo?!
È vero, molte situazioni riprese nelle foto avvenivano per caso. La mia casa era ed è piena di oggetti di qualsiasi tipo. I ragazzi che venivano qui a farsi fotografare si sentivano liberi di muoversi e scoprire il proprio spirito più segreto, curiosare tra le cose, improvvisare situazioni e provare esperienze nuove. Da qui è nata la storia degli scatti con le scarpe da donna: c’erano delle décolleté nere col tacco a spillo appese al muro, Daniele le ha viste, le ha indossate, e via. -1982- (vedi Karl Lagerfeld con Jean-Baptiste Giabiconi per Wallpaper).
Ti è mai sembrato di essere vicino o svolgere un lavoro simile a quello di Pier Paolo Pasolini, soprattutto al Pasolini dei “Ragazzi di vita”?
Non saprei, Pasolini aveva un rapporto un po’ violento con i ragazzi che frequentava, gente che lo ha conosciuto mi ha detto che lui cercava proprio la marchetta. Un rapporto di scambio corpo-moneta. Angelo Pezzana (amico di Sam, fondatore del Fuori, primo movimento di liberazione omosessuale in Italia) diceva che quando lui era a girare il suo ultimo film a Torino (La divina Mimesis, 1975) i suoi collaboratori sentivano proprio che contrattava con violenza il prezzo delle prestazioni con i ragazzi in stazione. Litigava, della serie “io ti pago e faccio quello che mi pare”. Io invece no, ho un approccio molto diverso.
Di che segno sei?
Gemelli, 18 giugno, ma non sono affatto lunatico. Tra le altre cose, ho vissuto per sedici anni con un ragazzo davvero affascinante, che ho anche fotografato, anche lui dei gemelli. Però ti giuro che non ho mai capito che segnali cogliere per decifrare di che umore fosse la mattina quando si svegliava! Lui aveva 18 anni ed era scappato di casa. Io lo ospitavo finché non avrebbe trovato una sistemazione definitiva, ma il suo comportamento mi terrorizzava, era quasi un incubo per me. Proprio io che di solito mi sveglio sempre con il sorriso stampato in faccia! Lui invece no, mai, tant’è vero che c’era un periodo in cui andavo via di casa prima che lui si svegliasse, proprio per evitare il momento del risveglio assieme. Poi però quando la giornata iniziava a trascorre, tutto ritornava alla normalità, prima per lui e poi per me.
Non sei mai stato discriminato? A volte quando uno è un po’ effeminato e ha un’età particolare, può essere facilmente preso di punta dai suoi coetanei. Tu fotografavi quelli che nell’immaginario collettivo sono i bulli che deridono i diversi, è strano no? Loro un gay non lo avrebbero mai frequentato, come mai te sì?
Mah, probabilmente perché siamo cresciuti assieme. Discrimini una persona che è al di fuori del tuo gruppo, lontano dalla tua vita. Forse il vivere nello stesso quartiere ha influito molto a tenere coesi tutti quanti e a farci sentire parte di un tutt’uno. Anche perché io non ho mai frequentato locali gay o alternativi, sono sempre stato con i miei amici e frequentato i posti in cui andavano loro. Non mi sono mai isolato, la vera sfida per me era stare proprio in mezzo a quella gente! Poi il mio essere così serafico e quieto è un attributo che ho maturato col tempo, prima all’occorrenza mi sapevo difendere, e anche molto bene.
L’acqua cheta che corrode i ponti dunque…
Ricordo che erano gli anni ’70 e io frequentavo Brera, c’era il primo movimento gay del tempo, che si chiamava “Fuori”, e un bar “a tema” dove s’incontravano ballerini, stilisti, futuri designer, pittori e architetti: il bar Tabacchi di via Cusani. In quel contesto ho conosciuto Mario Mieli, una figura importantissima per i gay in Italia. Lui era quello che andava ai congressi degli psichiatri, volantinando contro di loro che ritenevano l’omosessualità una malattia, e ci andava anche da solo, era un tipo deciso e ostinato. È un personaggio che ammiro moltissimo ancora oggi. Ha offerto un grande contributo per l’indipendenza e all’affermazione dei diritti degli omosessuali, e io la pensavo proprio come lui. Tant’è vero che, ti racconto un aneddoto, una volta io e i miei amici, ancora ragazzini, organizzammo una manifestazione di piazza, sempre per i diritti degli omosessuali in Italia, di cui nessuno ne sapeva niente. Avevamo attaccato in giro per tutta la città dei manifesti che parlavano di questo grande evento che ci sarebbe stato, così che alla fine un sacco di gente si è ritrovata lì senza nemmeno sapere chi avesse organizzato il tutto, e da un corteo per pochi quale doveva essere, si è trasformata in una delle prime manifestazioni per i diritti queer. E nemmeno la gente del “Fuori” ne era a conoscenza, soltanto Mario Mieli.
Ti sei mai spostato da Milano per fotografare i tuoi soggetti, tipo a Roma o a Firenze?
No, perché per fare questo tipo di foto ci vuole assolutamente un “lavoro di territorio”. Sono orgoglioso di aver radiografato un quartiere, che è questo, la mia Barona, e infatti su facebook ci sono andato per una ragione in particolare: perché alcuni dei miei ragazzi volevano ritrovarsi e rivedersi, molti di loro hanno perso le foto originali, o le hanno regalate, e quindi ho accolto volentieri la loro richiesta: “dai mettile su facebook , così le condividiamo!”.























