Nato a Perugia nel 1978, Gianni Moretti è uno dei pochi giovani artisti che mostrano un lavoro che ha tutte le premesse dell’atemporalità, che affonda le sue radici in tecniche antiche e viaggia attraverso materiali e forme verso il futuro.
Hai la possibilità di presentare te stesso e la tua arte in maniera libera e senza censure, cosa mi vuoi dire?
Che ho paura. Quando ho letto la domanda ho pensato di raccontare qualcosa di morboso, di sessuale e perciò di apparentemente intimo, ma cosa c’è di meno intimo del proprio corpo e del sesso, soprattutto per un artista, soprattutto nel 2011? Poi ho pensato alla tua domanda per quello che realmente è, un recinto d’aria purissima, la telefonata fatta ad un amico di sera, dopo aver parlato per tutto il giorno di te, di cosa sei, di dove vuoi arrivare, dopo aver lucidato per ore la tua corazza. Metterla via, e dire: ho paura. Semplicemente, come una persona, mettersi di fronte a sé e fare la conta di quello che ti manca, di quello che vorresti essere, degli strumenti che ancora non hai per occuparti delle persone che ami e dei pesi che tutti i giorni ti costruisci e ti porti dietro. C’è questa censura terribile della morbidezza. Devi essere forte, sicuro di te, saldo sulle gambe, pronto a lanciare una frustata in ogni momento. E allora, in questa bolla d’aria, voglio abbandonarmi alla morbidezza, al senso d’inadeguatezza che spesso mi attanaglia, voglio guardare e contare le mie piccolezze, per scoprire, magari, che non sono poi così velenose.
Racconta il tuo percorso attraverso i vari media, sei partito da una tecnica legata, in un certo qual modo, al passato che è lo spolvero, per approdare poi all’installazione utilizzando differenti materiali. Com’è avvenuto?
E’ stato un processo piuttosto naturale. I materiali che ho scelto e che si sono avvicendati lungo il mio percorso di ricerca sono sempre stati, o almeno così li ho intesi, degli strumenti, qualcosa da interrogare e da cui farmi guidare. Occasioni per mettere in atto un’idea, un sentire, un’ossessione: il transitorio. Mi ha sempre spaventato l’idea di rimanere vittima di una tecnica, diventandone schiavo. Così, dopo aver sperimentato lo spolvero per anni, ho sentito la necessità di fare un salto che non squalificasse il lavoro fatto fino ad allora ma che mi permettesse di leggerlo da un altro angolo e di capire in che direzione procedere per alimentare la mia ricerca. Ho sempre pensato alla necessità di costruire una sorta di spina dorsale capace di sostenere i cambiamenti e anzi di alimentarli, per dare la possibilità all’organismo di crescere.
Il tuo ultimo lavoro è esposto in un collateral della Biennale, come nasce?
Martina Cavallarin, la curatrice della mostra “Round the Clock”, ha proposto ad ogni artista invitato di pensare e sviluppare un lavoro attorno al tema dell’ecosostenibilità.
Per prima cosa mi sono documentato cercando di capire, al di là dei luoghi comuni, cosa significasse “sistema ecosostenibile”. E’ un sistema in cui ogni attore coinvolto si legge come elemento di un insieme in cui le azioni di ogni singolo concorrono a garantire il benessere della propria generazione e di quelle a venire.
Così mi sono chiesto cosa succede nel momento in cui questi “attori” cessano di pensarsi come elementi di una società e s’irrigidiscono in una posizione sterile, agendo esclusivamente per soddisfare il proprio piacere. Ho pensato ad una massa di piccoli ometti ridicoli ridotti ad una condizione adolescenziale, totalmente ego riferita, a delle figurine piatte e in preda anche al più leggero dei venti. Ho pensato ad un lavoro che richiamasse un’esposizione museale di piccoli oggetti, magari farfalle. Una colonna di Traiano collassata su un fianco da osservare dall’alto in basso. Il titolo racchiude questo pensiero: Monumento al mantenimento delle regole della casa, opera in carta, legno e plexiglass prodotto in collaborazione con la Galleria Changing Role – move over gallery di Napoli.
Poter esporre in Biennale secondo te è ancora una tappa fondamentale per un artista?
Credo proprio di sì, nonostante i tentativi di certi soggetti della cultura italiana di delegittimare quest’occasione, trasformandola in un giochino banale e sterile.
Da un po’ di tempo (non so l’anno di fondazione, me lo dici?) a questa parte hai fondato scatolabianca, un’associazione culturale con sede a Milano. Di cosa vi occupate? Com’è essere anche dall’altra parte della barricata?
scatolabianca, di cui sono socio fondatore, è un’associazione di promozione sociale nata nel 2010 che si occupa principalmente d’arte contemporanea. L’idea è nata dalle chiacchiere di alcuni artisti amici e si è coagulata soprattutto grazie al lavoro e agli sforzi di Martina Cavallarin, attuale direttrice. L’intento era ed è quello di creare uno strumento, una piattaforma culturale quanto più viva possibile avente, tra i suoi scopi, quello di promuovere il lavoro e la ricerca di giovani artisti. E’ un progetto estremamente impegnativo, da tutti i punti di vista, ma altrettanto soddisfacente. Con una Project Room a Venezia ed una sede in costruzione a Milano, per me si è rivelato un altro modo per sperimentare e misurare le cose.
Ultimamente c’è un pullulare di curatori, è solo una moda passeggera o nasce da una vera necessità? Che idea hai in merito?
Qui occorre fare un distinguo: ci sono quei curatori che approdano a questo ruolo con estrema consapevolezza e serietà e a loro va tutta la mia stima, per tutti i ponti, a volte lunghissimi, che riescono a costruire. Ci sono poi quelli che saltano sul carro in corsa attratti dall’odore di un mondo esotico non avendo ben chiaro in testa di cosa sia fatto né dove affondi le sue radici. In questo caso non azzardo una condanna ma li incolpo di noia e prevedibilità oltre che di pavidità travestita.
Sei favorevole alle commistioni tra varie arti (es. musica ed arti visive)? E alle collaborazioni tra artisti? Con chi vorresti collaborare, se potessi?
Assolutamente favorevole! In passato hanno dato risultati a dir poco eccellenti: penso a Parade (1917) e all’esplosione avvenuta negli anni 60 e 70 a New York, Cage-Cunningham, tanto per citare alcuni casi celebri. Credo sia un modo assolutamente sano e vivo di procedere, di analizzare il proprio operato attraverso uno sguardo altro, di cambiare la prospettiva e lasciarsi andare, come Giosetta Fioroni di fronte ad un giovanissimo Twombly che le trasformò Roma davanti agli occhi poggiando un carciofo intriso di acqua e gesso sul davanzale di una finestra senza infissi.
Mi trovo spesso a pensare a chi mi vorrei affiancare lungo il percorso. Da David Leavitt, celebre scrittore americano, ad un bravissimo scrittore italiano, Marco Mancassola. Nella musica: Antony and the Johnsons e i Baustelle. Tra gli artisti visivi stranieri: Lawrence Carroll per indirizzo culturale, Franko B. da cui ho già avuto la fortuna di imparare molto, David Rickard, Eva Jospin. Tra gli italiani: Antonio Riello, Maria Elisabetta Novello, Alice Cattaneo, Alessandro Roma, Matteo Sanna, per citarne alcuni.
Hai fatto residenze in molte parti del mondo, Berlino, New York, Seoul, cosa ti hanno lasciato come persona e al tuo lavoro?
Sono stati i momenti di maggior crescita. Un’accelerazione in avanti della ricerca grazie soprattutto alla condizione a cui ti costringono: vieni astratto dalla tua vita per essere immerso in una condizione di attenzione assoluta al lavoro. Perdi le tue sicurezze e ti trovi a dover difendere te stesso e quel che fai da un sistema che non ti conosce, non cattivo ma diverso. Sono ormai anni che passo le mie estati a Berlino, dove riesco a lavorare con un’energia che a Milano a stento riesco a trovare.
Le residenze d’artista: agognate e sognate, che senso hanno per te? Possono rappresentare quello che erano i committenti di una volta?
Trovo che siano un’occasione irrinunciabile per un artista, necessaria e sana, anzi, obbligatoria. Già nella Roma di Raffaello esistevano interi palazzi destinati ad ospitare artisti fiamminghi per lunghi periodi. Un artista non può farne a meno, non ha mai potuto.
Rimanere in Italia e cercare di risolvere i grossi problemi dall’interno o andare all’estero, riuscire nei propri obbiettivi e poi tornare indietro. Questo è un po’ il bivio a cui ogni artista arriva, tu da che parte hai scelto di andare?
Per quanto sia difficile lavorare qui, soprattutto in questo periodo di crisi (non certo solo economica), credo che non riuscirei a trasferirmi definitivamente in un altro luogo. Credo più nell’avere una base da cui muovere ogni volta verso una meta diversa, per anni anche, ma sempre con la possibilità di portarsi dietro un piccolo pezzo con cui costruire il proprio mondo e quello altrui.
Il prossimo lavoro che hai in testa?
Sono settimane che mi ossessiona l’idea di un lavoro sulla misurazione della distanza in cui coinvolgere molte persone che fanno parte della mia vita. Credo che inizierò a lavorarci quest’estate.
Un sogno che vorresti realizzare?
Riuscire a vivere con la costante consapevolezza di poter anche sbagliare.
Immagini: Gianni Moretti courtesy
Changing Role – More Over Gallery, Naples
www.giannimoretti.com
www.changingrole.com























