Conversazione con Nicolai Lilin

Tatuatore, scrittore, artista, gallerista, intellettuale, uomo di altri tempi e forse anche un po’ criminale. Intervista all’autore di Educazione Siberiana, il romanzo da cui è tratto il nuovo film di Gabriele Salvatores.

Figura poliedrica, Nicolai Lilin è nato nel 1980 in Russia a Bender, in Transnistria. Arrivato in Italia nel 2004, nel 2009 pubblica per Einaudi il romanzo Educazione siberiana che scrive direttamente in italiano e che diventa subito un caso editoriale tradotto in quattordici lingue. Nel 2010 esce per Einaudi il suo secondo romanzo Caduta Libera, insignito con vari riconoscimenti. Nel 2011 il regista e premio Oscar Gabriele Salvatores annuncia la direzione della trasposizone cinematografica del libro; sempre nello stesso anno Lilin inaugura la mostra Il Tatuaggio Siberiano. Ritorno alle Origini presso la galleria Kolima Contemporary Culture, spazio dedicato all’arte, e alla cultura contemporanea che ha fondato e dirige a Milano. La mostra introduce il lavoro di Lilin come tatuatore, disegni originali che l’artista sviluppa a matita secondo le regole e la simbologia siberiana.

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Per quale motivo hai scritto Educazione Siberiana? Quanto c’è di autobiografico nel libro?
Ho cominciato a scrivere per caso, alcuni amici mi hanno chiesto dei brevi racconti autobiografici per il loro blog, alla fine questi racconti sono piaciuti al direttore tanto che li ha presentati al mio attuale editore e così è cominciata la mia collaborazione con la casa editrice Einaudi. E’ impossibile definire con percentuali esatte quanto c’è di autobiografico in un romanzo, la letteratura non è un’arte che ha delle misure definite, credo che tutti gli scrittori basino le loro opere sulle loro esperienze di vita, e io non faccio eccezione.

Come una persona cresciuta in un mondo di valori cosí assoluti riesce a vivere serenamente la società contemporanea?
Io ho vissuto con dei vecchi che condividevano con me i loro valori arcaici e allo stesso tempo mi apprestavo a percorrere la via del mondo moderno. Quando ero giovane vivevo guidato da un senso naturale che mi diceva che tutto il mondo è pieno di sfumature e di passaggi e la vita non è nient’altro che un continuo mutamento di sostanze, di idee che creano flussi di pensieri e formano le civiltà. Io vivo la vita in questo modo cambiando in continuazione, cercando sempre di evolvere, imparare cose nuove, portare nel mio domani qualcosa di utile dal mio oggi. Tutti i valori, anche più estremi, hanno il loro fascino, ma se appartengono al passato vuol dire che non hanno superato l’esame di utilità evolutiva. La società contemporanea non esiste, è solo un pensiero di chi ha deciso di vivere in un certo modo, ma basta andare in un paese al centro della Sardegna, oppure in un borgo in qualche valle piemontese e chiedere a qualche vecchio cosa pensa della società contemporanea, e ti risponderà che non ha idea di cosa si parli, perché lui vive la vita a modo suo, nonostante suo nipote ha la connessione internet e lui stesso paga con bancomat quando va al supermercato. Tutto dipende da come noi percepiamo la nostra vita, per me contemporaneo significa tutto e niente, semplicemente rappresenta un periodo che esclude passato e presente, ma si concentra soltanto su un momento.

Come si concilia la tua formazione culturale con la vita di tutti i giorni?
Io credo le cose che ciascun uomo fa rappresentino la sua attività culturale, la parola stessa arriva dal ceppo collere, che significa coltivare, cioè contribuire al progresso, alla vita, allo sviluppo, all’andare avanti, per me questo è il senso della vita. Io scrivo, leggo, imparo tantissimo, sfrutto internet per studiare quello che mi interessa, scopro il mondo attorno a me, cerco di creare, disegno, incido le immagini sulla pelle della gente, creo oggetti che mi piacciono, decoro coltelli.

Cosa ti piace della società contemporanea?
La vicinanza, la velocità delle comunicazioni, la forza della scienza, la libertà dell’arte e molto altro. Sono abbastanza ottimista del nostro mondo e dell’umanità in genere, in generale credo che la società umana non è male, cioè sono felice di essere nato e cresciuto in questa dimensione e non da qualche altra parte.

Esiste un modello di società perfetta?
Credo che il concetto di perfezione sia un’invenzione molto ambigua, assolutista, così come il peccato e altri concetti che in vari momenti dei passaggi culturali gli uomini usavano e continuano ad usare per riempire i buchi neri della loro esistenza evitando eventuali precipizi. Personalmente credo che esista una sostanza, materia vitale capace di comportarsi in vari modi, sia in positivo che in negativo, però essa non può essere definita perfetta o difettiva, in quanto non esistono esempi reali della perfezione e del difetto, ogni cosa in questo mondo porta dentro la luce della creazione, della vita, e per questo semplicemente esiste e non ha bisogno di altre qualifiche. Quando si parla della società io immagino quella basata sulle leggi della nostra specie, dove esiste una cultura di condivisione, un senso comune, ma nello stesso tempo nella società c’è lo spazio giusto per l’individuo e per la libertà di ogni singolo elemento.

Cosa significa libertà?
La libertà è un concetto molto contraddittorio sul quale si può discutere fino al prossimo “Big Bang”, ma se devo riassumerlo in poche parole rappresenta la convergenza totale tra le intenzioni private e le condizioni sociali, cioè rappresenta le possibilità che ogni individuo, ogni essere vivente al mondo, ha nel realizzare e condividere con gli altri le sue idee, sentimenti e progetti, sopratutto quelle legate all’organizzazione della vita sociale, quelle esistenziali, i modi di misurarsi con la vita e con l’Universo, sviluppare proprie dimensioni spirituali e integrarle nelle relazioni con quelli degli altri uomini.

Che rapporto c’è tra libertà, creatività e qualità della vita?
Diretto, la libertà porta le persone a sviluppare la propria creatività e di conseguenza una persona creativa ha più capacità di migliorare la qualità della propria vita. Se agli uomini primitivi fosse stato impedito di usare le pietre per costruire le prime armi e attrezzi da lavoro, la nostra evoluzione e qualità della vita sarebbero state compromesse: un esempio da asilo, però funziona.

Sei un uomo libero?
Ora sono decisamente libero e questa è la mia più grande ricchezza. Ho vissuto più volte nella mia vita situazioni in cui per vari periodi di tempo ero privato della mia libertà, però sono riuscito a lasciarmi alle spalle quelle situazioni. Tutti gli uomini nascono ugualmente liberi, però alcuni non hanno il sentimento di libertà e non capiscono perché altri soffrano quando quella manca, questa è tra le più vecchie e gravi piaghe della nostra specie.

Quale motivo ti ha spinto a lasciare una terra ed un sistema sociale al quale devi la tua formazione e il tuo successo? Come sei arrivato in Italia? Perchè sei rimasto? Cosa hai trovato?
Io non credo che un uomo in questa terra debba qualcosa a qualcuno, certo, ognuno di noi nasce, cresce e vive in diverse circostanze, però questo non significa che la sua formazione è frutto soltanto di queste circostanze, l’uomo è un contenitore nel quale si concentrano diverse esperienze di vita ed entrando in relazione tra loro creano un individuo, se il contenitore è buono si raggiunge un buon risultato, se il contenitore è scarso, anche il risultato non brilla. Io non ho mai compreso una terra divisa da frontiere, le percepisco come una cosa temporanea dovuta all’ignoranza e alla malformazione della società umana e spero che presto il mondo degli uomini faccia un gran passo avanti, lasciandosi alle spalle vecchi sistemi separatisti, unendosi in una grande società, unica e multi culturale, multietnica, dove ogni individuo avrà lo spazio che merita. Ho lasciato il paese in cui sono nato per via della mancanza di sinergie con il sistema politico-sociale, troppo arretrato e arrogante a mio avviso. In Italia ho trovato una buona società, dove posso vivere e costruire il mio futuro senza rischiare di perdere la vita e la libertà (anche se devo ammettere che ogni società umana è soggetta alle critiche).

Che differenze ci sono tra Russia e Europa e tra Russia ed Italia?
Innanzi tutto antropologiche e geografiche, ma le differenze più grandi sono costituite dagli uomini per via dell’ignoranza, egoismo e chiusura davanti alle altre culture. Purtroppo il genere umano è molto corrotto e quando si tratta di curiosità e di scoperta, ognuno pretende di sapere tutto, di avere ragione, spesso semplicemente per apparire davanti agli altri come un presunto esperto, questa è la parte del nostro carattere legata all’idea di assolutismo, tutti gli ignoranti e deboli vogliono sempre avere ragione, perché la stessa ragione gli dà conforto, li fa sentire superiori agli altri. Per questo noi conosciamo poco il mondo e soprattutto le realtà dei paesi chiamati dalla società sviluppata “terzo mondo”, alcuni sono raccontati dalla gente condizionata da vari elementi che appartengono ai lati estremi dell’uomo, come la politica oppure il giudizio razziale, in questo modo non conosceremo mai la storia della gente che abita in quei posti, di certo non leggendo i libri di qualche viaggiatore occidentale egocentrico e preso dal romanticismo oppure in un programma televisivo dedicato alla promozione del turismo. Oltre a questo posso dire che in alcuni paesi molte persone vivono senza conoscere la propria storia perché gli è raccontata dai vari regimi negli interessi di questi ultimi, per questo motivo in questi paesi la maggioranza dei cittadini vede ogni cosa in modo distorto e pur di accettare una versione diversa da quella che conoscono, compiono atti estremi.

Come sei arrivato all’arte?
Per me non è stato un arrivo, non ho vissuto questo processo come un passaggio da una dimensione all’altra, sono nato con una curiosità e una voglia di creare innate, tutto quello che ho fatto nella mia vita era basato su questi elementi fondamentali del mio essere. Non mi sono mai definito un “artista”, quando ero piccolo disegnavo su ogni cosa, i muri della mia stanza erano pieni di disegni, ho cominciato a disegnare sulla pelle dei miei amici, imitando i tatuaggi e poi ho sperimentato i miei primi tatuaggi, avevo otto anni. All’età di quindici tatuavo già a pieno ritmo, oltre a questo mi piaceva lavorare il metallo, ho realizzato molti coltelli per miei amici e per me, facevo incisioni sulle armi, sperimentavo con vari materiali e tecniche, sono riuscito a realizzare tutto questo grazie a mio nonno che mi ospitava nel suo laboratorio di calzolaio, mi permetteva di usare i suoi attrezzi e ne costruiva alcuni apposta per me. Ho viaggiato in molti paesi del mondo per vari motivi, lontani dall’arte, ma ho sempre cercato di cogliere qualche particolarità in ogni luogo dal disegno, ornamento, gioielleria, colori, materiali, modi di lavorare. Per me tutto è un unico processo di vita, che trasmetto nei miei disegni e nelle cose che creo.

Sei un tatuatore, un artista o un gallerista?
Io cerco sempre di non finire marchiato con qualche definizione precisa perché trovo che questo porti a degli obblighi di comportamento a delle restrizioni mentre, invece, voglio rimanere me stesso e dedicarmi a tante cose, sperimentare vari campi, vivere tante esperienze. Scrivo, faccio disegni, tatuaggi, creo coltelli, faccio incisioni sul metallo, disegno gioielli, ma preferisco non essere definito in nessun modo. Ho uno spazio espositivo, (la galleria Kolima a Milano ndr) che è gestito in modo alternativo, è legato non solo all’arte ma anche alla musica, letteratura, teatro e cinema. Credo alla fine di essere una persona curiosa, un ricercatore.

Perché oggi i tatuaggi sono cosí diffusi?
Oggi viviamo un momento storico in cui la velocità della comunicazione ha superato le nostre capacità individuali di tenere il ritmo del flusso informativo, molte vecchie usanze sono state divulgate attraverso nuovi canali, purtroppo nella maggior parte dei casi perdendo il loro bagaglio culturale e assumendo un aspetto moderno, basato su equilibri commerciali, dimenticando quasi del tutto il loro valore artistico o antropologico. In poche parole, la tradizione dei tatuaggi non si è diffusa, ma è degenerata attraverso la perdita del suo contenuto culturale ed è stata divulgata solamente la sua parte estetica. Io continuo a tatuare seguendo le vecchie regole e ci sono alcuni tatuatori occidentali che seguono valori che somigliano ai miei, ma la maggioranza è molto diversa da noi. La mia non è una critica, né un tentativo di snaturare il tatuaggio moderno, semplicemente una constatazione. Nell’antichità gli uomini avevano un diverso modo di rapportarsi col proprio corpo e la propria intimità, l’esibizionismo non era diffuso come lo è oggi, viviamo in una società che definisce abiti da donna una minigonna troppo corta e una maglietta che appena copre i seni. Anche il tatuaggio di oggi rispecchia la società moderna: ricca d’immagini, colorata, confusa, attraente, provocatoria e purtroppo spesso priva di significato.

A che punto sei del tuo viaggio?
Sono come sempre in movimento, nella fase di creazione di qualcosa, è sarà così finché rimarrò in vita.

Cosa vedi nel futuro dell’uomo?
Come ho già detto sono abbastanza ottimista, nonostante io sia passato attraverso situazioni difficili credo che l’umanità abbia buone probabilità di migliorare, di fare un “grande passo” nel futuro, credo nella ragione, nella fedeltà e nell’ordine: all’interno di un individuo questi valori sono importanti quanto la percentuale dei globuli rossi nel sangue. Per evolvere bisogna ragionare, altrimenti non si perviene a nessuna conclusione, per applicare il frutto della propria ragione serve la fedeltà ai propri princìpi, al mondo e alla vita delle altre creature. Per condividere con gli altri in modo giusto il risultato dell’applicazione della ragione è necessario seguire un ordine, avere un’etica, non parlo di regole scritte, ma della nostra sensibilità innata che fa parte del nostro DNA, quello che serve è farla emergere e seguirla.


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