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New Italian Maestros

E’ tempo di statement. Marco Zanini e Rodolfo Paglialunga sono i designer che stanno scrivendo il futuro dello stile italiano. Li abbiamo intervistati.

Intro: Sabrina Ciofi
Interviste: Andrea Batilla

La moda italiana ha finalmente trovato i propri eredi eccellenti. Designers in grado di raccontare con parole universali l’estetica italiana contemporanea, senza tralasciare il passato storico, le influenze culturali più recenti e l’esperienza europea. Marco Zanini, Rodolfo Paglialunga assieme a MariaGrazia Chiuri e PierPaolo Piccioli rappresentano oggi la moda italiana nel mondo. In loro troviamo le diverse espressioni dello stile italiano: quello colto e avanguardista della borghesia industriale milanese, quello generoso e surreale della Roma cinematografica, quello opulento e tradizionale della nobiltà romana. Gli stessi tre stili che leggiamo nei film di Michelangelo Antonioni, di Federico Fellini e di Luchino Visconti. Diversamente dagli illustri colleghi che sono arrivati prima di loro a ricoprire la difficile posizione di scrivere un futuro estetico e commerciale di marchi e maison con identità deboli e dimenticate, Zanini, Paglialunga, Chiuri e Piccioli hanno in sè il segno del nuovo, una nuova identità collettiva che si allontana da connotati estetici globalmente riconosciuti per portarne avanti dei propri. Ciascuno di loro sembra lavorare su un piano differente dall’altro, su codici e femminilità differenti, ma se messo a confronto, il loro lavoro risulta come legato da un senso comune, dalla stessa tensione verso un equilibrio tra contraddizioni ed estremi. Sicuramente li accomuna l’avere trascorso almeno un decennio a contatto con designer importanti, caratterialmente, professionalmente e stilisticamente, fatto che li ha costretti ad individuare e fortificare la propria identità. Un’esperienza professionale unica che ha segnato la loro metodologia progettuale, la loro idea di moda e di prodotto. Nelle pagine che seguono grazie alla collaborazione di Miki Zanini, stylist, musa e riferimento creativo del fratello Marco per Rochas, abbiamo voluto presentare e mettere a confronto questi differenti stili ed esperienze attraverso un’intervista e un servizio fotografico coinvolgendo due giovani fotografe Mara Corsino e Silvia Orlandi. Purtroppo gli impegni di MariaGrazia Chiuri e PierPaolo Piccioli non ci hanno permesso di intervistarli facendoci optare per una diversa soluzione della nostra indagine che non li vede rappresentati in questo servizio. Speriamo di potere raccogliere presto la loro testimonianza.

Abbiamo incontrato Marco Zanini e Rodolfo Paglialunga, uno di seguito l’altro, al Bar Cucchi, storica pasticceria milanese vicino ai Navigli, bevendo Spritz, un cocktail veneziano composto da vino frizzante e Aperol.

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Marco Zanini, ROCHAS

Hai mai voluto disegnare una collezione a tuo nome?
Ci ho pensato molte volte ma mai seriamente. Mi piace mettere la mia creatività al servizio di un marchio e il mio nome non mi piace. Per fortuna sono sempre stato coinvolto in progetti interessanti prima con Lawrence (Steele n.d.r.), poi con Donatella (Versace n.d.r.), poi con Halston e ora con Rochas. Tutti marchi con un’identità precisa. Non credo ci sia bisogno di un marchio in più in un mercato già saturo.

Marchi storici e giovani designers. Ognuno ha bisogno dell’altro e nessuno può sopravvivere da solo.
So di essere una pedina in un sistema che gioca a musical chairs tra marchi e designers ma non mi sento per niente frustrato e godo di questa grande opportunità. Mi rispecchio nella mia unica collezione per Halston come nel mio lavoro per Rochas. Non credo di essere una vittima di questa regola non scritta. Faccio più o meno quello che mi pare.

Che rapporto hai con il mercato?
Io non penso mai alla sfilata quando disegno. Quello è un divertimento. Per me la collezione ha senso se arriva al mercato, se vedo donne vestite Rochas. Niente viene creato apposta per la passerella, tutto quello che sfila deve poter essere venduto. Non trovo contemporaneo fare pezzi unici in un atelier che nessuno metterà mai. Il ruolo del designer oggi è diverso da quello degli anni Novanta, anni di dinosauri in via di estinzione.

Quando disegni una collezione come bilanci l’heritage del marchio con la tua sensibilità verso il mercato?
Ho imparato in quindici anni di lavoro a non dividere il momento creativo in due. La mia immaginazione non è mai estrema, è sempre reale. La moda non è arte è un linguaggio che aiuta ognuno di noi ad esprimersi. Niente fantasie onanistiche.

Cosa diresti ad un giovane per raccontargli Rochas?
Marcel Rochas ha lavorato dal 1925 al 1950. Era l’enfant terrible della sua generazione, oltre ad essere il più giovane. Essendo l’eclettismo la sua caratteristica principale è molto difficile definirlo. La cosa fantastica per me è che tutti conoscono il marchio ma nessuno conosce il lavoro che ha fatto. Nessuna camelia da dover reinterpretare ogni stagione ma il profumo di un passato molto forte.

Qual è la differenza tra il modo di fruire la moda dei francesi e degli italiani?
Da italiano mi sento distante da ciò che è francese e questo mi porta ad avere una prospettiva più ampia e chiara. Oggi tutti i marchi francesi sono disegnati da stranieri. Non è solo una coincidenza. Gli italiani in particolare hanno un metodo di lavoro più legato all’efficienza e alla realtà. Ma quello che ci aiuta creativamente è proprio la distanza. E’ quella che crea il sogno.

Dietro il marchio Rochas c’è una società italiana che fa capo ad una holding giapponese, Kashyama, e che è gestita da Franco Penè. Che rapporto hai con la proprietà?
La Gibò è un’isola felice che nel corso degli anni ha prodotto i creativi più estremi (Helmut Lang, Viktor & Rolf, Jil Sander n.d.r.) e ha coltivato un grande rispetto per la creatività. Niente è esterno dal loro controllo e tutto è fatto ai massimi livelli qualitativi raggiungibili. Un incredibile network produttivo di proprietà dell’azienda che riesce a non porre limiti alla creatività dei designer.

Qual è il paese che ha capito meglio il progetto Rochas?
Gli Stati Uniti. Sia da un punto di vista di mercato che di stampa. E’ un paese geneticamente attratto da ciò che è nuovo ma ha allo stesso tempo un occhio critico verso la creatività; aperto a ciò che produce risultati che non necessariamente devono essere solo commerciali. Peraltro è ad oggi il nostro mercato di riferimento.

Tu hai una stretta collaborazione con tua sorella Miki che si occupa, tra l’altro, dello styling delle tue sfilate (ha anche curato lo styling dello shooting di Rochas e Vionnet su PIZZA n.d.r.). Come funziona?
E’ un rapporto che è iniziato da bambini. Abbiamo sempre avuto in comune la passione della moda. All’inizio ero io che seguivo lei tra Parigi e New York quando faceva la modella. Adesso è un rapporto profondo e intimo. Lei è la mia musa. Niente di astratto. La fonte o la conferma dell’ispirazione. La sua opinione è sempre sincera perché non cerca la gratificazione, non ha la barriera del pudore o della gerarchia. E’ la ricarica del mio cellulare. E’ una donna vera. Il giorno che ho lasciato Versace, Donatella mi ha fatto giurare di non tradire mai il rapporto con mia sorella. Nessuno come lei può capire il legame creativo tra fratello e sorella il cui centro è l’onestà che nasce dall’amore.

C’è qualcuno che vorresti ringraziare?
Donatella Versace e Lawrence Steele. Infinitamente.
Ph. Mara Corsino
Styling Miki Zanini
Hair and Makeup Elena Pivetta @ greenappleitalia.com using maccosmetics
Model Vilma @ IMG
Photography assistance Giulia Soldavini
Tutti gli abiti e gli accessori fotografati sono della collezione Rochas autunno/inverno 2010_2011

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Rodolfo Paglialunga, VIONNET

Hai mai voluto disegnare una collezione a tuo nome?
Rodolfo Paglialunga. Onestamente no. Il mio nome non funzionerebbe e a livello pratico sarebbe difficilissimo. Nel disegnare Vionnet mi comporto esattamente come farei se disegnassi la mia collezione.

Quanto è diverso quello che fai ora da quello che facevi quando eri Womenswear Design Director di Prada?
Prima dovevo rispondere a qualcun altro e non avevo la responsabilità diretta di ciò che facevo. L’approccio mentale è del tutto diverso. Del resto i paragoni sono difficili. Vionnet è un progetto appena nato e di dimensioni relativamente piccole a confronto con Prada. Dodici anni dentro un’azienda hanno avuto un valore formativo immenso: ho imparato il senso del lavoro. Qui ho voluto ricominciare da zero, creare codici nuovi, un linguaggio nuovo anche all’interno del posto di lavoro. Qui la responsabilità è mia.

Come è cambiato il tuo rapporto col mercato e con in numeri?
Sono cambiate le dimensioni. Da Prada c’era un enorme business da mantenere qui la storia è completamente da costruire. Bisogna trovare uno spazio nuovo in un sistema che esiste e che apparentemente non necessita di nuovi marchi.

A livello di comunicazione che rapporto hai con la stampa?
Trovo che la stampa straniera abbia una iniziale apertura maggiore verso ciò che è nuovo. Non è importante il business ma l’approccio innovativo e creativo. Lungimiranza è una parola che ho imparato ad apprezzare. In generale trovo che la comunicazione sia una fase fondamentale di un progetto dalla presentazione alla disposizione millimetrica dei capi in show-room.

Con quale paese hai trovato più affinità?
Sicuramente gli Stati Uniti. Trovo che l’approccio sia allo stesso tempo professionale ed umano. E che la spinta sia sempre una curiosità sana, mai annoiata.

E’ anche il paese che vi ha dato più soddisfazioni commerciali?
Al contrario. E’ il paese più difficile da questo punto di vista perché più competitivo. E’ un mercato che bisogna conquistare, nel vero senso della parola.

Pensi che fare una presentazione invece che una sfilata sia più efficace oggi?
La sfilata è la conclusione visibile di un lungo lavoro dove ogni artificio è permesso. Una presentazione statica è qualcosa di molto più vicino al prodotto finale, a ciò che le persone compreranno. Due modi diversi di comunicare, ognuno con pro e contro. Il nostro progetto è molto ambizioso perché nasce praticamente da zero e per questo motivo aveva bisogno di un contatto più diretto con stampa e buyer. Con l’ultima presentazione abbiamo cercato di trovare una via di mezzo.

Che rapporto hai con Madeleine Vionnet?
E’ un marchio con una storia talmente pazzesca da non poter essere dimenticata. Non sarebbe stato possibile allontanarsi dall’heritage in un modo troppo radicale. I temi tipici di Vionnet come la fragilità e la leggerezza sono rimasti centrali nel mio progetto. D’altra parte il suo lavoro è stato talmente tanto saccheggiato da molti designer nel corso di questo secolo da rendere la riproposizione di alcuni temi fuori luogo. Non ho potuto né voluto gareggiare con quello che ha fatto John Galliano. Ho invece guardato molto alla sua idea di innovazione radicale, liberatoria, che andava molto al di là dell’uso dello sbieco. La mia modesta presunzione è di arrivare a quello.

Dalla prima collezione per Vionnet alla Fall-Winter 2011_2012 adesso nei negozi cosa è cambiato?
E’ cambiato il fatto che sono riuscito a rilassarmi. Lo stress più grande è stato trovare un modo di lavorare nuovo e con questa stagione ho ricominciato a lavorare con più istinto e meno ragione. All’inizio c’è stato un momento di buco nero dove non sapevo quale direzione prendere e avevo paura di essere risucchiato dalla difficoltà del progetto.

Apparentemente c’è una grande differenza tra il minimalismo concettuale di Prada e il massimalismo ironico di Vionnet.
Per me sarebbe stato facilissimo continuare a fare quello che avevo fatto negli ultimi dodici anni. Ho cercato di darmi altri orizzonti, di lavorare su parole diverse, come la sensualità per esempio. Mi piacerebbe poter dire che faccio abiti sexy ma non volgari. Devo dire che il successo che stiamo riscuotendo con le celebrities a Hollywood mi conforta.

Con chi ti confronti a livello creativo?
Ho uno staff giovane pieno di talento che mi aiuta molto. Credo che la creatività debba essere il vero motore di un progetto innovativo. Non ci si può confrontare con il mercato senza avere le armi per vincerlo. E queste armi stanno nella forza creativa. Penso che in Italia a volte l’attenzione al business venga confusa con l’accondiscendenza al mercato. In Francia il nuovo fa meno paura perché si è più abituati a gestirlo. Io mi considero in questo senso estremamente fortunato per essere al fianco di Matteo Marzotto e Gianni Castiglioni.

A questo punto Marco e Miki Zanini si sono aggiunti al tavolo e l’intervista è diventata improvvisamente off the records.

ph. Silvia Puntino
styling Miki Zanini
Hair & make up Elena Pivetta @ greenappleitalia.com using maccosmetics
model Katia @ brave models
Tutti gli abiti e gli accessori fotografati sono della collezione Vionnet autunno/inverno 2010_2011

< 26/9/11 A CURA DI Sabrina Ciofi and Andrea Batilla >
On Issue 5
<Moda>

Study for a portrait

Curatore, critico e studioso, personaggio chiave della moda italiana di oggi Maria Luisa Frisa fa il punto su temi e problemi del sistema moda nazionale delineandone una strategia di riposizionamento internazionale.

< 26/3/13 A CURA DI Sabrina Ciofi >
<news>

Subterranean Modern. From punk to urban art

50 artisti italiani. 30 anni di cultura underground. 3 generazioni a confronto.

< 19/11/12 A CURA DI Alessandro Mitola >
<news>

Bjcem presenta Disorder alla Fabbrica del Vapore

30 artisti under 30 provenienti da 15 paesi del Mediterraneo si incontrano negli spazi della Fabbrica del Vapore a Milano, a cura di Marco Trulli e Claudio Zecchi.

< 14/11/12 A CURA DI Federica Tattoli >
<Arte>

Rubble and Revelation – Rivelazioni e Rovine per la Fondazione Nicola Trussardi

La prima grande mostra personale in un’istituzione italiana di CYPRIEN GAILLARD a cura di Massimiliano Gioni presso la Caserma XXIV Maggio Via Vincenzo Monti 59, Milano.

< 9/11/12 A CURA DI Federica Tattoli >
<Moda>

Ophelia

Giovane brand di accessori nato a cavallo tra due paesi, Messico e Italia.

< 30/10/12 A CURA DI Federica Tattoli >
<Moda>

Vernissage jewellery

AURORA BOREALIS – 2013 collection.

< 12/10/12 A CURA DI Alessandro Mitola >

Imegadito

PIZZA incontra Zeljko Marinkovic e Gianmaria Borin, creatori di Imegadito.

< 11/10/12 A CURA DI Federica Tattoli >
<news>

Rochas

La storica maison parigina introduce la nuova borsa “Leti”.

< 9/10/12 A CURA DI Alessandro Mitola >
<news>

Abstracta e l’Accademia delle Belle Arti di Roma

IV edizione di Abstracta, dal 23 al 26 settembre prende il via il Festival Internazionale del Cinema Astratto.

< 20/9/12 A CURA DI Alessandro Mitola >
On Issue 4

The Dharma Bums Diary

Servizio fotografico a cura di Luca Campri ed Eva Manticova

< 23/7/12 A CURA DI Luca Campri >
On Issue 4
<Cinema>

On Cinema and Love

Pizza incontra Paolo Mereghetti, critico cinematografico del Corriere della Sera, il maggiore quotidiano italiano, e curatore del Dizionario dei film, il dizionario di cinema più venduto in Italia, edito da Dalai Editore dal 1993.

< 18/7/12 A CURA DI Andrea Batilla >
<Moda>

Una Nuova Generazione: Francesco Ballestrazzi

La collezione Autunno Inverno 2012-13, tra forme visionarie e qualche dolce da tè.

< 13/7/12 A CURA DI Alessandro Mitola >
<Moda>

Buratto, occhiali da finire

Capitolo primo, un’avventura nel mondo dell’ottica sperimentale.

< 13/7/12 A CURA DI Alessandro Mitola >

Think Work Observe

Alla scoperta di type design, identità visive, progettazione per il web nel cuore del Friuli-Venezia Giulia.

< 4/7/12 A CURA DI Alessandro Mitola >
On Issue 4

Afro Milano

Oggi in Italia vivono circa un milione di africani immigrati provenienti in massima parte da Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto ma anche da Senegal, Nigeria, Ghana, Eritrea, Burkina Faso.

< 28/6/12 A CURA DI Andrea Batilla >
<Arte>

Lacune

Spazi di archeologia e arte contemporanea, da un progetto di Laura Lanteri.

< 20/6/12 A CURA DI Federica Tattoli >
<Cinema>

Film Factory Italia

La città di Milano vista dagli occhi di 12 studenti, tre cortometraggi che offrono una triplice visione della metropoli lombarda.

< 14/6/12 A CURA DI Alessandro Mitola >
On Issue 4
<Moda>

Andy Lovelee

Servizio fotografico a cura di Nicolò Terraneo e Vera Irmy Stefania Calcagno.

< 7/6/12 A CURA DI Nicolò Terraneo >
On Issue 4
<Moda>

Mila Schön

Intervista a Bianca Maria Gervasio, direttore creativo di Mila Schön.

< 30/5/12 A CURA DI Antonio Moscogiuri Dinoi >

San Rocco Magazine

Una rivista di architettura scritta da architetti.

< 23/5/12 A CURA DI Alessandro Mitola >
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