Incontriamo e chiacchieriamo con Zoe De Luca, fondatrice di un nuovo progetto editoriale, pensato “da giovani creativi per giovani creativi”. Una Wunderkammer su carta per condividere ispirazioni, mondi e idee.
Com’è nata l’idea di Diorama?
Il progetto è nato dalla necessità di interrogarsi e confrontarsi. Cosa che molti giovani creativi sentono quando la loro formazione accademica si approssima a terminare. Era arrivato il momento di muoversi, e invece di aspettare che venisse suggerita una direzione in cui farlo, abbiamo deciso di partire allo sbaraglio con un progetto indipendente che ci desse la possibilità di sperimentare e di capire qual’era la nostra rotta. Da questo è saltata fuori l’idea di creare una rivista con un metodo curatoriale che la rendesse simile a un diario, o album, a carattere enciclopedico, piuttosto che una pubblicazione tradizionale strettamente legata al contemporaneo o che si sfoglia da sinistra verso destra. Ogni numero è parte di un’ideale collezione tematica senza tempo e viene sviluppato intorno a un argomento secondo cui scegliamo e recensiamo artisti e opere, cercando di proporre una panoramica sul mondo in cui varie discipline artistiche si approccino al contenuto. Questa in realtà non è stata tanto una scelta, quanto l’evoluzione ovvia dell’abitudine di osservare, collezionare e riordinare tutti gli input quotidiani, tipica di chi sta facendo esperienza del mondo circostante. A questo proposito credo che la parte di Diorama che rappresenta a pieno il suo concetto di base sia la Wunderkammer: una raccolta di immagini che apre e chiude ogni numero, introducendo l’argomento e dando qualche centimetro di visibilità a tutto quello di cui non siamo riusciti a scrivere ma che non potevamo tralasciare.
Perché il colore nel primo numero?
La scelta è stata determinata da più fattori: in primis, volendo proporre Diorama come un Abc della ricerca visiva, l’elemento percettibile più immediato sembrava il giusto punto di partenza per impostare in modo logico l’ordine tematico delle uscite. Pensando il primo numero come un biglietto da visita, ma ricordando che a farlo erano persone senza referenze nel settore, era essenziale scegliere un argomento che ci lasciasse totale libertà nel determinare come affrontarlo; poi trattandosi pur sempre di un free press, era altrettanto importante trovare un soggetto da sviluppare in modo variegato per renderlo intrigante e di facile approccio.
Come mai la decisione di distribuirlo solo nelle accademie e nelle scuole d’arte-moda-comunicazione?
Sono soprattutto gli studenti a essere in cerca di spunti, e ci sembrava giusto iniziare a misurarci con persone che fossero vicine al nostro grado di preparazione, anche se alla fine abbiamo aggiunto alla distribuzione indirizzi di studio legati ad altri settori. I nostri collaboratori vanno dallo studente al giovane professionista, e la cosa che accomuna tutti è che, a prescindere dal livello istituzionalmente riconosciuto, ognuno ama scrivere su ciò di cui si occupa. Per questa ragione dalla prossima uscita cercheremo di insinuarci anche al di fuori dell’ambito universitario.
Qual è il pubblico a cui si rivolge?
Un pubblico ampio: il nostro obiettivo è fornire una piattaforma creativa per chi è in cerca di informazione o di spazio per esprimersi e mostrare il suo lavoro. È un raccoglitore che si distende tra arte, fotografia, cinema, letteratura e curiosità: una miscellanea di contenuti per chi è in cerca di spunti, specialmente visivi, che vengono proposti alternando recensioni di grandi classici, artisti di nicchia o giovani emergenti.
La redazione è tutta al femminile, pregi e difetti di questa scelta?
Anche se dall’esterno può apparire una scelta, non è una cosa voluta; semplicemente, quando ho pensato a Diorama le persone che avevo attorno e che mi hanno aiutato ad articolare l’idea in concreto sono rimaste, e sono poi diventate “lo zoccolo duro”. Non avendo mai ragionato in questo senso sulla natura di chi sta dietro al progetto, immagino che pregi e difetti siano gli stessi di ogni redazione agli inizi: voglia di fare, scadenze mancate, errori di battitura e troppe idee da condensare in una sola uscita. Ma credo che questa casualità abbia prodotto un organismo che inizia a funzionare bene, chissà che non diventi un punto da aggiungere al nostro manifesto.
Nel prossimo numero di quale argomento ci racconterete?
La prossima uscita proseguirà il flusso di coscienza con il tema ‘Linea’ per circoscrivere e cominciare a dare forma a tutte cose emerse dal numero zero. Cercavamo un argomento che permettesse di plasmare l’approccio verso i contenuti, costringendoci a mettere un po’ in discussione una struttura che rischiava di diventare immediatamente statica, nelle collaborazioni e nelle rubriche. Abbiamo quindi optato per un concetto che fosse possibile analizzare in maniera ancora più trasversale, e quello della linea è un valore che si può indagare molto in profondità sia a livello visibile che interiore. È continuità, il bordo di tutte le cose, limite e infinito insieme.
Come vorresti fosse il futuro di Diorama?
Penso che valga per molte pubblicazioni continuate nel tempo, ma immaginare il futuro di Diorama è certamente più impegnativo che portare avanti la rivista stessa. Anche se tra noi scherziamo sempre parlando di “Diorama Editions” e “Diorama Project Space”, visti i presupposti con cui è iniziato, mi rendo conto che si tratti di un progetto più che mortale. Tuttavia la politica editoriale mi piace molto, e mi piace pensare che da esperienza momentanea possa effettivamente evolversi in qualcosa di multidisciplinare e duraturo; d’altronde il pubblico a cui è destinato il nostro lavoro avrà sempre bisogno di ispirazione ed espressione.























