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Bonaudo

Bonaudo è un’azienda speciale, una realtà imprenditoriale di alto livello tecnologicamente avanzata che impiega personale altamente specializzato, gestita da un giovane imprenditore visionario, Alessandro Iliprandi. Al suo fianco Claudia Iliprandi, direttore commerciale e responsabile stile, è l’anello di congiunzione tra idee, creatività, materia e prodotto. In un’intervista ci raccontano il bello, il brutto e il cattivo di essere made in Italy.

Materie prime, idee brillanti

Sabrina Ciofi, ph. Sergio Lovati

Bonaudo è un’azienda speciale, una realtà imprenditoriale di alto livello tecnologicamente avanzata che impiega personale altamente specializzato, gestita da un giovane imprenditore visionario. Da oltre novanta anni Bonaudo trasforma la pelle grezza in un prodotto di qualità in grado di divenire accessorio e capo di abbigliamento di lusso. Nata come una conceria come tante è diventata un’azienda unica nel suo genere sotto la guida di Alessandro Iliprandi presidente della società e imprenditore poco più che quarantenne. La sua prerogativa semplicemente rivoluzionaria è investire sulla professionalità dei collaboratori. Al suo fianco Claudia Iliprandi, direttore commerciale e responsabile stile, anello di congiunzione tra idee, creatività, materia e prodotto.

web: bonaudo.com 

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Alessandro lei è un giovane imprenditore, com’è arrivato alla direzione di Bonaudo S.p.A?
Mia nonna commerciava in pelle, mio papà che ha continuato la sua attività venticinque anni fa ha acquistato alcune quote di Bonaudo. Qui inizia la mia storia, questo è stato il mio trampolino di lancio; sono entrato in azienda all’età di ventiquattro anni e poco dopo ho iniziato a rinnovare il prodotto e l’azienda trasformandola in uno stabilimento adeguato alle nuove esigenze del mercato. Essendo cresciuto in un ambiente imprenditoriale a contatto con le aziende conciarie ma non in una conceria ho avuto la possibilità di pensare a una strategia con una prospettiva più ampia puntando fin dall’inizio alla creazione di un polo di eccellenza che tramite l’acquisizione riunisse cinque aziende conciarie specializzate in differenti tipologie di prodotto in due stabilimenti, uno a Milano e uno vicino Verona. Oggi Bonaudo significa quattro aziende che operano a Milano, una in Veneto e una in Toscana, a Santa Croce sull’Arno, specializzata in concia al vegetale.

Perché ha deciso di intraprendere una carriera professionale così poco facile e inconsueta?
La pelle è un argomento familiare, ne ho sentito parlare per tuta la mia infanzia. Inoltre ho una personale passione per l’artigianato e gli artigiani, professionisti che con le mani riescono a trasformare anche la materia più semplice e grezza e farla divenire un prodotto di lusso. Mi affascina il processo attraverso il quale la materia prima si eleva a qualcosa di unico e prezioso.

Quante persone impiegate nelle vostre due sedi di Cuggiono (Milano) e Verona? Cosa significa essere a capo di una società per azioni operante nell’industria della moda italiana?
Nei due stabilimenti impieghiamo più di 100 persone in maniera diretta, più 40 che lavorano esternamente solo per noi. E questo è un grande orgoglio e una altrettanto grande responsabilità.
Alla base della mia strategia c’è un grande investimento sulle risorse locali, nazionali; anche nei moneti difficili ho investito e potenziato senza pensare a delocalizzare perché ho sempre creduto nel valore di un made in fatto in strutture adeguate e certificate, e di alta qualità. Noi siamo un esempio di made in totalmente fatto in Italia con stabilimenti moderni e tecnologicamente avanzati e con un personale specializzato con una età media di venticinque anni, un successo ed un vanto personale. Ho puntato sulle persone, sugli uomini perché credo nel team, nel lavoro di gruppo. A fianco a me lavorano persone di grandi competenze e capacità, come Claudia che oltre alla direzione commerciale di Bonaudo si occupa anche dello stile. Ho investito sugli uomini, perché credo nella responsabilità sociale. È dovere di un imprenditore che vuole realizzare un prodotto ad alto contenuto qualitativo e tecnologico avere un’azienda altamente specializzata e moderna che permetta ai giovani di entrare nel mondo del lavoro con la prospettiva di costruirsi una carriera. Non è vero che i giovani disertano il lavoro nelle fabbriche. Se la fabbriche sono vecchi opifici dove è impossibile pensare a un percorso di crescita i giovani non entrano ma se le aziende sono luoghi di lavoro interessanti, tecnologicamente avanzate e premettono la realizzazione di una carriera i giovani sono assolutamente disposti a lavorare anche in fabbrica.

Da dove prendi l’energia e l’ispirazione per portare avanti un lavoro così complesso in un mercato che ha l’instabilità come variante fissa?
La prendo dai viaggi che faccio, dai paesi che visito. Vedo ovunque nei paesi emergenti sorgere ottime aziende condotte da giovani imprenditori con idee brillanti e visionarie ma nessuno di loro ha la nostra conoscenza, la nostra cultura che è qualcosa che noi abbiamo nel dna e che talvolta non riusciamo e vedere. Se lavoriamo con grande ricerca e innovazione saremo sempre fuori dalla competizione internazionale perché non sarà necessario competere. Questo mi da grande energia perchè nel mercato vedo grandi aziende assolutamente innovative con le quali posso tranquillamente confrontarmi grazie ad un prodotto, unico assolutamente imbattibile. Per rimanere sul mercato occorre investire continuamente e ricordarsi che Italia è sinonimo nel mondo di alta qualità.

L’industria della moda italiana è divisa in distretti produttivi. Si può ancora parlare di distretti industriali? Quali sono i vostri rapporti con il distretto di appartenenza?
Credo che l’appartenere ad un distretto abbia pro e contro, anche se vedo più lati positivi che negativi. Delle nostre due aziende una è in un distretto produttivo, l’altra non lo è. Sinergia, scambio di informazioni, strutture in linea con il settore nel quale si opera, professionisti specializzati, cultura del prodotto, vantaggi logistici che permettono di fare operazioni con tempistiche ridotte sono i pro dell’essere dentro. Fuori dal distretto produttivo è necessario incentivare l’organizzazione, la ricerca e la formazione perchè non puoi contare su manodopera specializzata. Esserne dentro e fuori ci offre un punto di vista privilegiato e la possibilità di vederne lati positivi e negativi e sfruttare al meglio le nostre risorse e quelle del territorio. I distretti industriali sono così importanti che le concerie nascono solo nei distretti calzaturieri come parte di un sistema, un vantaggio che purtroppo in Italia sta venendo a mancare.

Che cosa vi distingue dalle altre aziende conciarie?
Alessandro Iliprandi.
Noi perseguiamo la realizzazione di un progetto Bonaudo con prodotto Bonaudo e con uno stile Bonaudo. Dalla formazione del personale al prodotto c’è una continuità che rispetta la mia strategia imprenditoriale e la filosofia aziendale che mi sono impegnato a creare in questi anni. È qui che si inserisce perfettamente il lavoro di Claudia, che si occupa della parte di prodotto e di ricerca come io mi occupo delle strategie.

Claudia Iliprandi. Sicuramente ci distingue la nostra attitudine alla ricerca, che nello specifico del mio lavoro significa pensare e agire come un creativo e un designer, unita alla capacità di tradurre idee e immaginari estetici in prodotto. Una ricerca incessante che si esplica nei frequenti viaggi, nel confrontarsi costantemente con il mondo della moda, dell’arte, del design, seguendo da vicino il lavoro delle migliori scuole di design italiane. Tutti questi input confluiscono poi in riflessioni e discussioni con i nostri uomini per realizzare articoli e colori. Da sempre seguo personalmente la realizzazione della nostra cartella colori. Un grande lavoro che alla fine produce lo stile Bonaudo.

Chi sono i vostri clienti, Claudia?
Come direttore commerciale di Bonaudo S.p.A lavoro con tutti i brand del lusso e con le aziende rappresentative di nicchie alte del mercato che privilegiano la qualità della materia prima, le lavorazioni artigianali e il made in Italy dall’Italia alla Francia, dall’Inghilterra agli U.S.A e alla Russia. Mi confronto soprattutto con designers e creativi sul piano della sensibilità estetica e stilistica, assieme studiamo e scopriamo soluzioni per rendere le idee disegnate su carta realtà di mercato che corrispondono alle necessità di un compratore molto esigente.

Come arrivate a comunicare con il cliente finale la peculiarità del vostro lavoro e prodotto trattandosi di un semi lavorato e non di un prodotto finito?
Abbiamo sempre puntato sul nuovo, sull’avanguardia, sul talento. Abbiamo pubblicato libri di poeti italiani, sostenuto la carriera di giovani artisti e presentato le collezioni di designer emergenti, costruito progetti speciali con riviste di settore e sponsorizzato riviste indipendenti. Due volte l’anno a Milano in occasione di Anteprima, la manifestazione fieristica internazionale dedicata alla pelle, invitiamo i nostri clienti ad un evento durante il quale presentiamo un’eccellenza della creatività italiana. Lo scorso settembre abbiamo sponsorizzato lo year book di una delle più importanti scuole di moda italiane, Ied Moda Lab Milano, un artbook realizzato con i progetti dei migliori studenti dell’istituto. Durante l’evento che è avvenuto a Palazzo Isimbardi, una location storica e molto speciale che abbiamo avuto invia del tutto eccezionale, abbiamo presentato le collezioni di Marco Russo e Victoria Wurer due neodiplomati che ho seguito personalmente nel loro progetto di tesi per la parte di accessori e capi realizzati in pelle.

Alessandro, che ruolo avranno le fiere di settore nel prossimo decennio?
Credo che le fiere saranno importanti e continueranno ad esserlo all’interno dei paesi emergenti dove c’è fame di conoscenza e dove ci sono nuove realtà aziendali che si affacciano sul mercato. In Europa e negli Stati Uniti le fiere perderanno sempre più importanza: sono anni che ormai le collezioni vengono sviluppate in tempi diversi perché la moda ha anticipato le sue date e aumentato il numero delle collezioni. Le tempistiche della fiera non corrispondono più alle tempistiche del sistema ne alle necessità del cliente.

Claudia, come vi ponete nei confronti dei giovani designer e dei nuovi brand emergenti?
Quello con i giovani e con i neodiplomati che escono dalle scuole internazionali di moda e design e che saranno gli stilisti di domani è un dialogo sempre aperto. Li seguo personalmente, li aiuto nella ricerca dei materiali, nell’individuazione di quello che può essere il loro segmento di mercato, vado alle loro presentazioni e alle sfilate di fine anno delle migliori scuole europee. Ultimamente ho supportato la collezione di tesi di Rolando Rocchetti, appena diplomato in fashion design e pubblicato nelle pagine di questo numero di PIZZA. Collaboriamo con la Saint Martin di Londra, la Royal Academy di Anversa e la Haute Ecole des Beaux Artes di Ginevra fornendo pelli e seguendo gli studenti nei loro progetti finali. Credo nei giovani e sono convinta che bisogna dargli una possibilità. Quando un’azienda si confronta così con tutto quello che la circonda e affronta il lavoro in questo modo non si tratta più solo di un lavoro ma di passione pura, è un modo di fare poesia.

Quali sono le parole e le azioni chiave delle vostre strategie future, Alessandro?
Investimento in strutture e in uomini, perchè credo fermamente che un buon prodotto si possa fare solo all’interno di strutture organizzate e tecnologicamente avanzate senza prescindere dagli uomini che sono il suo vero patrimonio.

< 26/9/11 A CURA DI Sabrina Ciofi >
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